
- Prima Notizia 24
- Varese - Giovedì 29 Ottobre 2026, 15:00
Il cugino del giudice Livatino incontra i killer in carcere: “Nessuno è perduto per sempre”
Abbraccio a Busto Arsizio tra Salvatore Insenga e i condannati all'ergastolo Calafato e Amico nell'ambito di un percorso di giustizia riparativa: “Il perdono ha liberato me e spero liberi voi”.
"L'odio è un carcere senza sbarre. Sono riuscito a uscirne attraverso la preghiera". Con queste parole Salvatore Insenga, cugino del giudice Rosario Livatino – assassinato dalla mafia nel 1990 –, ha riassunto il senso del lungo cammino interiore che lo ha condotto fino a Busto Arsizio, nel Varesotto, per incontrare Salvatore Calafato e Paolo Amico, gli esecutori materiali dell'omicidio condannati all'ergastolo. Un colloquio svoltosi nell'ambito di un percorso di giustizia riparativa, un'esperienza che lo stesso Insenga ha preferito definire come "giustizia pacificatrice".
Durante il confronto, entrambi i condannati hanno espresso profondo ravvedimento per i crimini commessi.
"Non conoscevo Livatino. Vedendo lo strazio dei genitori, la coscienza sporca che avevo mi ha portato sin qui. Dal seme di Livatino è nata la mia conversione", ha raccontato Calafato, aggiungendo di aver "tolto la vita a un uomo dello Stato, offeso la magistratura e provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato".
Dello stesso tenore le parole di Amico, che ha ricordato come l'ostacolo della subcultura mafiosa gli avesse inizialmente impedito di chiedere perdono alla famiglia del magistrato, oggi diventato per lui un riferimento spirituale: "Nessuna persona è perduta per sempre", ha dichiarato prima di chiedere nuovamente perdono a Insenga.
Ripercorrendo la rabbia provata quando, ventenne, apprese della tragedia, Insenga ha sottolineato il ruolo decisivo della fede nel suo percorso personale di pacificazione: "Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi", ha concluso, proponendo ai due un futuro momento di preghiera comune nella chiesa di Santa Chiara a Canicattì, perché "un colpo di pistola non può essere l'ultima parola".
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