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Attivisti denunciano: sigillate le celle nelle prigioni di Teheran per impedire fughe durante i raid. Detenuti abbandonati dalle guardie e privati di cure. Nuova ondata di esecuzioni capitali nel Paese.
Attivisti denunciano: sigillate le celle nelle prigioni di Teheran per impedire fughe durante i raid. Detenuti abbandonati dalle guardie e privati di cure. Nuova ondata di esecuzioni capitali nel Paese.
Le porte delle celle saldate, i detenuti in trappola, le guardie in fuga. La denuncia dell'ennesimo orrore legato a Evin, la prigione più tristemente famosa della teocrazia di Teheran, arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI).
Secondo gli attivisti, il regime avrebbe deciso di sigillare letteralmente i prigionieri politici all'interno dei bracci detentivi per prevenire rivolte o evasioni in caso di nuovi raid aerei, trasformando la struttura in una potenziale tomba di massa. In un contesto di guerra aperta, il rischio di crolli o incendi causati dai missili rende la situazione catastrofica. Se un raid colpisse il carcere, gli oppositori morirebbero "come topi", sepolti sotto le macerie senza alcuna via di fuga.
Il comitato delle donne dell'NCRI, che monitora la sorte delle circa 200 recluse (tra cui il premio Nobel Narges Mohammadi), descrive un quadro di degrado assoluto: "I detenuti sono stati privati dell'accesso a numerosi beni di prima necessità, con un drastico calo dei servizi igienico-sanitari, medici e farmaceutici in un contesto di grave sovraffollamento. In queste condizioni di guerra, vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura".
Secondo l'istituto di e-learning Tavaana, Evin sarebbe ormai quasi incustodita a causa dell'assenteismo dei secondini terrorizzati dai bombardamenti. "Attualmente non vi è alcuna presenza effettiva di funzionari penitenziari, assistenti giudiziari o assistenti sociali; solo un numero limitato di guardie rimane sul posto".
Proprio questa carenza di personale avrebbe spinto il regime alla misura estrema della saldatura delle porte metalliche, pratica che sarebbe stata estesa anche al Grande Carcere di Fashafouyeh.
Mentre filtrano le voci dei "sepolti vivi" che chiedono aiuto, il regime ha intensificato la repressione. Solo questa settimana sono state eseguite tre condanne a morte, tra cui quella di un giovanissimo campione di lotta. Secondo Iran Human Rights, sarebbero già 27 le sentenze capitali emesse e altre 100 persone rischierebbero il patibolo.
Evin, dove in passato è stata reclusa anche la giornalista italiana Cecilia Sala, conferma la sua fama macabra di luogo dove torture, isolamento e abusi sessuali sono sistematici.
L'attuale crisi sembra aver azzerato ogni speranza di rilascio: solo venti prigionieri sono usciti recentemente, una cifra definita dall'NCRI "eccezionalmente bassa alla luce dell'attuale emergenza". Per chi si oppone agli ayatollah, il messaggio del regime è chiaro: la libertà non deve essere nemmeno un'ipotesi.
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