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- Roma - Giovedì 11 Giugno 2026
Iran: nuovi attacchi degli Stati Uniti. Trump: "Anche stasera colpiremo duramente"
Il Pentagono bombarda il sud del Paese colpendo radar, difese aeree, un petrolchimico ad Asalouyeh e un impianto idrico. I Pasdaran rispondono investendo con missili e droni le installazioni statunitensi in Bahrein, Giordania e Kuwait, proclamando il blocco totale del transito marittimo. Nel frattempo, si registrano vittime civili nei raid israeliani in Libano e sale l'allarme economico in Europa.
La crisi tra Stati Uniti e Iran è riesplosa con estrema violenza nel corso della notte. Su ordine del Comando Centrale statunitense (Centcom), le forze americane hanno completato un massiccio raid aereo mirato principalmente nella porzione meridionale del territorio iraniano.
Nel corso dell'operazione sono stati lanciati 49 missili da crociera Tomahawk e condotti bombardamenti con i caccia che hanno investito le località di Qeshm e Hengam, oltre a colpire postazioni radar, sistemi di sorveglianza e nodi di comando e controllo per i droni.
I vettori statunitensi hanno centrato anche obiettivi sensibili, tra cui un impianto petrolchimico situato nel giacimento di gas di South Pars, ad Asalouyeh — dove si è registrata l'attivazione delle difese aeree locali — e, secondo quanto rivelato da un'analisi di immagini satellitari del New York Times, una struttura sulla costa meridionale dedita all'erogazione di acqua potabile.
I vertici del Pentagono, tramite il Wall Street Journal, hanno esplicitamente inquadrato l'offensiva come “un atto di diplomazia coercitiva”. L'azione bellica punta a costringere Teheran ad accettare le richieste avanzate da Washington durante i complessi negoziati per il cessate il fuoco.
La linea di fermezza della Casa Bianca è stata confermata dallo stesso presidente Donald Trump che, in un colloquio telefonico con l'inviato di Fox News a Tel Aviv, Trey Yingst, ha chiarito la postura del governo, spiegando che i raid sono stati sospesi temporaneamente, ma “riprenderanno se gli iraniani non cederanno”.
La reazione di Teheran e delle sue forze paramilitari è stata immediata e si è sviluppata sia sul piano balistico sia su quello delle rotte commerciali. Le divisioni aerospaziali e navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc) hanno orchestrato una ritorsione coordinata prendendo di mira 18 obiettivi militari americani in tutta la regione. Nello specifico, i Pasdaran hanno utilizzato 12 missili balistici per colpire la base aerea e il centro di controllo di Al-Azraq, in Giordania, dove sono stazionati i caccia americani F-35, F-15 e F-16. Amman ha confermato l'intercettazione di 20 vettori nell'area senza registrare feriti.
Altri attacchi mirati con droni e missili hanno investito il Bahrein — dove la caduta di detriti derivanti dalle intercettazioni ad Hamad Town e Manama ha causato il ferimento lieve di una bambina di 11 anni e l'incendio di alcuni veicoli e abitazioni, facendo scattare le sirene d'allarme nei pressi del quartier generale della Quinta Flotta USA — e il Kuwait.
L'emirato, dove l'aeroporto internazionale era già stato gravemente danneggiato nei giorni scorsi provocando un morto e decine di feriti, ha attivato la contraerea e chiuso temporaneamente lo spazio aereo per diverse ore prima di ripristinare la normalità.
Parallelamente, il Comando Centrale Khatam al-Anbiya e la Pgsa (l'Autorità iraniana dello Stretto) hanno proclamato l'interdizione totale e la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutti i tipi di imbarcazione, comprese quelle commerciali. L'agenzia Mehr ha riferito di veri e propri scontri navali in corso tra le due fazioni, e Teheran ha intimato a tutti i mercantili nel Golfo Persico e nel Mar d’Oman di non lasciare le zone di ancoraggio, minacciando di colpire chiunque tenti il transito.
A suggellare il momento di massima tensione sono arrivate le parole del generale Seyed Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali dell'Irgc, rivolte direttamente agli Stati Uniti: “Faremo di questa regione un inferno per voi”.
Nonostante il Centcom abbia smentito le fonti iraniane negando il danneggiamento di proprie navi da guerra e l'effettiva chiusura dello stretto, il braccio di ferro sui mari registra nuovi drammatici sviluppi. Il Comando Centrale USA ha comunicato di aver messo fuori uso nel Golfo dell'Oman, alle 5:20 ora italiana, la petroliera M/T Jalveer (battente bandiera della Guinea-Bissau) che tentava di violare il blocco navale imposto all'Iran fin dal 13 aprile. Un aereo statunitense ha lanciato due missili Hellfire direttamente nella sala macchine del tanker dopo il rifiuto dell'equipaggio di obbedire agli ordini. Si tratta della terza imbarcazione mercantile colpita in una settimana, dopo gli interventi dei giorni scorsi contro la M/T Marivex e la M/T Settebello, entrambe battenti bandiera di Palau. Il bilancio complessivo delle attività del Centcom dall'inizio del blocco parla di 9 imbarcazioni messe fuori uso, 135 reindirizzate e 42 autorizzate al transito con aiuti umanitari.
La durezza del blocco navale americano ha provocato anche vittime civili e ritorsioni commerciali. Il ministro indiano dei Trasporti marittimi, Sarbananda Sonowal, ha confermato ufficialmente il decesso di tre marinai indiani, inizialmente dati per dispersi, a causa del raid statunitense operato contro la petroliera Settebello.
Inoltre, un nuovo incendio è stato segnalato dal centro britannico Ukmto nella sala motori di un altro tanker a 21 miglia a nord-est di Sohar, in Oman, alimentando i sospetti di un ulteriore attacco.
Dal canto suo, l'Iran, tramite il governatore della contea di Sirik, Reza Shahidian, ha denunciato che un proiettile americano ha colpito nel Mar d'Oman una chiatta mercantile da 150 tonnellate carica di beni di prima necessità proveniente da Khasab; i 5 membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo da navi di passaggio.
Mentre i combattimenti infiammano la regione, si consuma un giallo diplomatico attorno ai tavoli delle trattative. Il presidente Donald Trump, parlando a Fox News, ha asserito di aver interloquito direttamente nella Situation Room con alcuni funzionari di Teheran che gli avrebbero chiesto di sospendere l'offensiva. La notizia è stata categoricamente bollata come una “falsa affermazione” dai media di Stato iraniani, secondo i quali la sortita del leader della Casa Bianca sarebbe solo un “pretesto per evitare la guerra contro l’Iran”.
Sul fronte dei mediatori, il New York Times ha riferito che la delegazione del Qatar ha abbandonato Teheran senza registrare alcun progresso, mentre la Cnn, citando fonti diplomatiche ben informate, sostiene che i delegati qatarioti si trovino ancora nella capitale e che i colloqui tra USA e Iran stiano proseguendo nonostante la pioggia di missili.
Poco dopo, lo stesso Trump ha pubblicato un nuovo post incendiario sul suo social network Truth, annunciando una nuova imminente ondata di attacchi e svelando mire strategiche sulle risorse energetiche persiane: “Gli Stati Uniti sferreranno stasera un attacco molto duro contro l’Iran (la cui Marina, Aeronautica, sistemi radar, difesa antiaerea e tutte le altre forme di difesa, insieme alla maggior parte della sua capacità offensiva, sono andate perse!)”. Il presidente americano ha poi aggiunto: “In un futuro non troppo lontano prenderemo l’isola di Kharg e altri punti strategici delle infrastrutture petrolifere, assumendo il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas, proprio come abbiamo fatto con il Venezuela, il che sta funzionando brillantemente sia per il Venezuela che per gli Stati Uniti d’America”.
A stretto giro, il ministero degli Esteri di Teheran ha replicato che le continue incursioni aeree della Casa Bianca hanno “di fatto reso il cessate il fuoco privo di significato”, pur non formalizzando l'interruzione definitiva della tregua.
L'escalation nel Golfo Persico si intreccia con gli altri fronti caldi del Medio Oriente. In Libano, i raid aerei delle forze israeliane hanno colpito duramente la Valle della Bekaa, in particolare alla periferia della città di Taraiyya (a 90 chilometri dal confine) e nelle località di Sohmor e Machghara, provocando la morte di un uomo e di una donna di nazionalità siriana, oltre al ferimento del padre di quest'ultima.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, parlando durante una riunione di Gabinetto, ha rivendicato l'intensità delle operazioni contro le milizie sciite: “Stiamo colpendo Hezbollah con grande forza, eliminando centinaia di terroristi ogni settimana. Abbiamo ancora molte sfide. Una sfida particolare sono i droni. Ci stiamo lavorando. Ripristineremo la sicurezza nel nord e creeremo sicurezza nel nord proprio come abbiamo fatto nel sud. Le sfide non sono esattamente le stesse, sono in some modo diverse, ma il risultato sarà lo stesso”.
Il progressivo deterioramento della stabilità globale ha suscitato l'allarme dei leader europei e delle Nazioni Unite. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha lanciato un accorato appello via social chiedendo l'interruzione immediata delle ostilità: “Il Medio Oriente viene trascinato sempre più in profondità nella crisi e le conseguenze si estendono ben oltre la regione. Questa settimana ha portato attacchi più ampi e un ulteriore deterioramento dove il cessate il fuoco è più simile a un fuoco ridotto. Tutte le parti devono lavorare per una soluzione diplomatica. Basta attacchi. Basta scuse”.
Dal vertice dell'Eurogruppo a Lussemburgo, il presidente Kyriakos Pierrakakis ha espresso forte preoccupazione per le ricadute economiche che il blocco delle rotte marittime sta già provocando sul vecchio continente: “La crisi in Medio Oriente continua a farsi sentire sulle famiglie e sulle imprese europee. Le implicazioni per la crescita e per l’inflazione sono evidenti. Finora i mercati hanno reagito con calma, ma ciò non significa che si debbano sottovalutare i rischi che ci attendono. La situazione in Medio Oriente, e in particolare gli sviluppi di ieri sera, è certamente problematica. Detto questo, guardiamo avanti con ottimismo e speriamo che lo Stretto di Hormuz riapra presto. Siamo però consapevoli che, anche se lo stretto dovesse riaprire, la crisi persisterà. Avremo bisogno di altro tempo per adattarci”.
Sulla stessa linea diplomatica si è espresso il cancelliere tedesco Friedrich Merz davanti al Bundestag, condizionando la stabilità dell'area al dossier nucleare di Teheran: “Siamo pronti a contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, non appena ve ne saranno le condizioni. Fino ad allora, ci impegniamo per una soluzione diplomatica del conflitto. Il nostro obiettivo deve essere che l’Iran ponga fine al proprio programma nucleare in modo verificabile e duraturo. La sicurezza di Israele e dell’intera regione deve essere garantita, altrimenti non ci sarà pace nella regione” Infine, anche il Pakistan, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Tahir Andrabi, ha confermato che manterrà attivi i propri canali di mediazione tra le parti, ribadendo che “la diplomazia e il dialogo debbano essere i principi guida per raggiungere una soluzione negoziata di tutte le questioni controverse”.
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