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- Roma - Venerdì 3 Luglio 2026
La rivelazione del New York Times: "Israele voleva uccidere i negoziatori iraniani. E gli 007 Usa avvertirono Teheran
Israele avrebbe pianificato l'uccisione di negoziatori iraniani per fermare i colloqui, ma gli Stati Uniti avrebbero avvertito Teheran, intensificando le tensioni.
Israele avrebbe progettato di uccidere i due principali negoziatori iraniani nel pieno delle trattative, con l'obiettivo di fermare il dialogo e riaccendere la guerra. A rivelarlo è il New York Times, secondo cui nel mirino di Tel Aviv sarebbero finiti Abbas Araghchi e Mohammad Ghalibaf. Quando l'intelligence americana avrebbe scoperto il piano, Washington avrebbe deciso di avvertire Teheran attraverso alcuni intermediari. L'allarme degli 007 statunitensi avrebbe così spinto la Repubblica islamica a rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza attorno ai suoi emissari. La vicenda apre un nuovo capitolo nei rapporti sempre più complessi tra Stati Uniti e Israele, segnati da fughe di notizie, operazioni di intelligence e divergenze sulla gestione della crisi con l'Iran.
Il piano per colpire i protagonisti delle trattative
Durante il conflitto Israele aveva già chiarito di considerare obiettivi legittimi gli esponenti del regime iraniano, senza distinguere tra vertici militari e rappresentanti politici. Decine di figure di primo piano sono state uccise, compresa la Guida Suprema Ali Khamenei. La strategia puntava a destabilizzare la Repubblica islamica privandola dei suoi uomini più importanti e rappresentativi. Dopo la tregua, però, lo scenario sarebbe cambiato. Il governo di Benjamin Netanyahu avrebbe preferito proseguire con gli attacchi, mentre la Casa Bianca spingeva per fermare le operazioni militari. È in questa fase che sarebbero emersi contrasti anche pubblici tra Washington e Tel Aviv. Secondo la ricostruzione del New York Times, Israele avrebbe allora pensato di eliminare i principali protagonisti del negoziato iraniano. Uccidere Araghchi e Ghalibaf avrebbe potuto bloccare il dialogo diplomatico e creare le condizioni per una nuova ripresa della guerra.
L'allarme degli Stati Uniti a Teheran
La minaccia sarebbe stata percepita anche dall'Iran, che aveva già chiesto garanzie per la sicurezza dei propri emissari. Nel frattempo gli Stati Uniti avrebbero attivato i propri canali di intelligence. Una volta scoperto il presunto piano israeliano, Washington avrebbe informato Teheran attraverso intermediari, invitando la Repubblica islamica ad adottare ulteriori precauzioni. Il timore non era considerato infondato. Israele aveva già utilizzato una strategia simile nel tentativo di eliminare la dirigenza di Hamas all'estero con il raid su Doha, in Qatar. Colpire i vertici nemici anche fuori dai loro Paesi è del resto una tattica che attraversa da decenni la storia del Medio Oriente.
Il precedente di Hassan Salameh
Uno dei casi più noti risale al 1979 e riguarda Hassan Salameh, importante esponente palestinese che era diventato anche un canale di comunicazione con la Cia. Nonostante questo ruolo, Salameh venne ucciso dal Mossad a Beirut. Il precedente dimostra come le operazioni contro figure politiche e militari considerate nemiche abbiano spesso seguito logiche autonome rispetto ai canali diplomatici e di intelligence aperti da altri Paesi. Un elemento che avrebbe contribuito ad aumentare le preoccupazioni attorno alla sicurezza dei negoziatori iraniani.
L'incontro in Pakistan e la scorta dei caccia
L'allarme sarebbe cresciuto in vista dell'incontro previsto ad aprile a Islamabad tra il vicepresidente americano J.D. Vance e la delegazione iraniana. Teheran, preoccupata per la sicurezza di Araghchi e Ghalibaf, avrebbe chiesto e ottenuto la protezione del Pakistan. Caccia pachistani avrebbero così scortato l'aereo sul quale viaggiavano i due rappresentanti iraniani. Le precauzioni, però, non sarebbero terminate con la conclusione dei colloqui.
Due caccia israeliani durante il volo di ritorno
Il momento di maggiore tensione sarebbe arrivato durante il viaggio di rientro. Mentre l'aereo con a bordo Araghchi e Ghalibaf era in volo, i servizi di sicurezza avrebbero ricevuto informazioni sulla presenza di due caccia israeliani provenienti dal territorio iracheno. Il loro avvicinamento avrebbe fatto temere un possibile tentativo di intercettare il velivolo. A quel punto sarebbe stata presa la decisione di cambiare immediatamente rotta e far atterrare l'aereo a Mashhad, l'aeroporto più vicino al confine con il Pakistan. Da lì i due negoziatori avrebbero proseguito il viaggio verso Teheran via terra.
Le fughe di notizie dell'intelligence americana
La ricostruzione pubblicata dal New York Times arriva in una fase molto particolare dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Dopo la sospensione delle operazioni militari, settori dell'amministrazione americana hanno fatto trapelare una serie di informazioni che sembrano insistere soprattutto su due aspetti. Il primo riguarda le divergenze tra Washington e Tel Aviv. Le differenti strategie dei due alleati erano già evidenti, ma le indiscrezioni degli ultimi tempi le hanno accompagnate con dettagli provenienti dal mondo dell'intelligence. Il secondo riguarda direttamente le attività dei servizi segreti israeliani, finite più volte al centro delle rivelazioni.
I messaggi della Casa Bianca all'Iran
Dietro queste fughe di notizie potrebbe esserci anche la volontà della Casa Bianca di inviare segnali a Teheran. Mostrare di aver avvertito la Repubblica islamica di un possibile attacco israeliano servirebbe a sottolineare la distanza tra la strategia americana e quella del governo Netanyahu. All'interno dell'amministrazione statunitense, però, esistono anche funzionari molto critici nei confronti di Israele. Le rivelazioni potrebbero quindi essere il risultato di posizioni diverse e di tensioni reali ai vari livelli dell'apparato americano. Tra Washington e Tel Aviv continua così un complesso gioco delle parti, dietro il quale si nascondono però contrasti concreti. Rispetto al passato, a rendere la situazione ancora più imprevedibile sono anche le personalità dei due leader: da una parte Donald Trump, descritto come un presidente "amico di nessuno"; dall'altra Benjamin Netanyahu, convinto di poter spingersi molto lontano pur di restare al potere.
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