Le Leggende dell'Alpinismo: Febbraio 1980, quando la Polonia si prese l'Everest d'inverno
Un'impresa folle, scalare la montagna più alta della Terra nella stagione fredda, con 42 gradi sotto zero. Per la prima volta nella storia ci riuscirono due ingegneri polacchi. Il loro messaggio radio, dal tetto himalayano al campo base, fece esultare un'intera nazione: "In vetta, siamo in vetta". Lasciarono in cima un rosario benedetto da Papa Wojtyla e un termometro. In Patria vennero accolti come eroi. Finiti i festeggiamenti tornarono in fabbrica a lavorare in tram, perché non avevano nemmeno la macchina. Non c'era spazio per le celebrità nel periodo del blocco comunista.
di Antonio Panei
Giovedì 23 Febbraio 2023
Roma - 23 feb 2023 (Prima Notizia 24)
Un'impresa folle, scalare la montagna più alta della Terra nella stagione fredda, con 42 gradi sotto zero. Per la prima volta nella storia ci riuscirono due ingegneri polacchi. Il loro messaggio radio, dal tetto himalayano al campo base, fece esultare un'intera nazione: "In vetta, siamo in vetta". Lasciarono in cima un rosario benedetto da Papa Wojtyla e un termometro. In Patria vennero accolti come eroi. Finiti i festeggiamenti tornarono in fabbrica a lavorare in tram, perché non avevano nemmeno la macchina. Non c'era spazio per le celebrità nel periodo del blocco comunista.
Il 5 gennaio 1980, diciannove polacchi, guidati da Andrzej Zawada e aiutati da cinque sherpa, piantano il campo base sul ghiacciaio del Khumbu a 6000 metri, nella "valle del silenzio" dell'Everest. Il loro obiettivo, all'epoca, viene giudicato folle: raggiungere, d'inverno, la vetta della montagna più alta del mondo (8848 metri). Nessuno c'era mai riuscito nella stagione più fredda. Fino a quel momento, le autorità nepalesi non avevano mai concesso il via libera per salire tra la fine di dicembre e marzo, riconoscevano solo due periodi dell'anno per arrampicare: pre-monsonico (primavera) e post-monsonico (autunno).


La Polonia è, a quei tempi, un Paese povero e isolato; una Repubblica Popolare, con le regole rigide del blocco sovietico. Solidarność si affaccerà sulla scena otto mesi dopo. Gli alpinisti hanno il passaporto però non possono uscire dai confini nazionali senza il benestare del regime. Non hanno le attrezzature e gli sponsor degli europei. Ma sono fortissimi e ora vogliono stupire il mondo come fece l'Italia di Ardito Desio nel 1954 sul K2. All'inizio sembra tutto facile. Il 15 gennaio Zawada e compagni montano il campo III a quota 7150 metri. Le condizioni metereologiche non sono particolarmente avverse. L'ottimismo è alle stelle. Poi arriva una spaventosa tormenta che non sembra avere più fine. Giorno dopo giorno i tentativi di attaccare la vetta falliscono per il troppo freddo e il troppo vento.


Passa un mese e la spedizione è ancora bloccata a 1700 metri sotto la cima e, per di più, il permesso rilasciato dalle autorità nepalesi è in scadenza. Tramite un ponte radio con Kathmandu e una serrata mediazione diplomatica, il capo spedizione riesce ad ottenere dal governo del Nepal una proroga di 48 ore per portare a termine la scalata. Per l'ultimo, disperato, attacco, vengono scelti Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy. Il primo ha 31 anni e lavora come ingegnere nella fabbrica di auto dove si produce la versione polacca della 126; il secondo ha 30 anni ed e' un geodeta, specializzato nella progettazione di tunnel.


Iniziano a salire il 16 febbraio. Nei sacchi portano carne in scatola, pane secco, zucchero, una bombola d'ossigeno a testa con un'autonomia di sette ore, una chiave inglese per svitare i riduttori, le macchine fotografiche e le ricetrasmittenti. Indossano un piumino rosso, maglioni e pantaloni di lana, scarponi caldi ma privi di ramponi. I ramponi devono legarseli con lo spago e il nastro adesivo. La progressione è ostacolata dalle condizioni del tempo proibitive, al limite della sopportazione umana. Decidono di continuare. Superano la "zona della morte", il passaggio chiave dove non c'è aria a sufficienza e si rischia di impazzire, il bagliore costante di neve e ghiaccio può comportare la perdita temporanea della vista e la pelle inavvertitamente esposta si congela all'istante.


Il primo bivacco, in una notte da tregenda, lo passano in tenda al Campo IV, a -42 gradi. Wielicki comincia ad accusare segni di congelamento ai piedi. Ma non si ferma. "Ero semi assiderato però ho pensato che per l'Everest valeva la pena perdere un dito". Riprendono il cammino il giorno dopo alle 7.15. I due alpinisti oltrepassano anche la cresta sud e resistono ad una terrificante bufera che li fa traballare sul ghiaccio. Scivolano, cadono, si rialzano, poi vedono sopra di loro solo il cielo. Più in alto non c'è nulla da scalare. Sono in cima. Spengono le bombole per risparmiare ossigeno in vista della discesa e appendono, sopra ai resti di un treppiede lasciato nel 1975 dai cinesi, un rosario benedetto da Papa Wojtyla e un termometro.


Poi mandano al campo base un messaggio radio che rimarrà nella storia dell'alpinismo e farà esultare un'intera nazione: "Ciao Andrej, ci senti?". "Sì, dove siete?", domanda Zawada. "Indovina un pò? In vetta, siamo in vetta". "State attenti ragazzi a scendere". "Ci vediamo dopo, Andrej, ci vediamo dopo". Sono le 14.25 del 17 febbraio. Quando la notizia si diffonde in Polonia la gente festeggia. Al ritorno in patria i "guerrieri di ghiaccio" sono accolti come eroi. Ad abbracciarli c'è anche Wanda Rutkiewicz, la loro connazionale che, quindici mesi prima, aveva raggiunto il tetto dell'Himalaya, ma ad ottobre, non in inverno.


Fuori dall'aeroporto, a Varsavia, campeggia uno striscione: "Le tempeste himalayane si calmano quando gli ingegneri si arrampicano". Il loro record non potrà più essere battuto da nessuno. "Mentre mi avvicinavo alla vetta - dirà in seguito Wielicki - non pensavo che in quel momento stavo scrivendo la mia storia ma quella di tutti i partecipanti alla spedizione. Era finalmente arrivato il tempo dei polacchi, l'occasione per distinguerci e far conoscere al mondo di cosa eravamo capaci. Fino a quel momento non avevamo mai avuto l'opportunità. Mi tornarono in mente i ricordi delle mie prime arrampicate, sui Monti Tatra, nei Carpazi, quando, non avendo la giacca a vento, imbottivo il giubbotto con delle buste di plastica. Noi polacchi eravamo abituati a soffrire, per questo non ci spaventò l'Everest d'inverno".


Wielicki, tre anni dopo, si licenziò dalla fabbrica per avere più tempo libero da dedicare alla sua passione per l'alpinismo estremo. E quando non si arrampicava su una montagna, si arrampicava sulle torri di raffreddamento delle industrie per effettuare le operazioni di pulizia. Un modo per mantenere la famiglia e per finanziare le sue spedizioni himalayane. Salì su tutti i quattordici 8000, come Reinhold Messner, anche se qualche anno dopo di Messner. Nel 2019 ha ricevuto il Piolet d'Or alla carriera.


Anche Cichy, che oggi è un ricco imprenditore, continuò a scalare in giro per il mondo. "Dopo il 1989 quando, grazie a Lech Walesa, crollò lo Stato socialista e la Polonia divenne un Paese libero, andai a lavorare in Siria al progetto di una diga di drenaggio. Con i soldi guadagnati portai a termine la Corona della Terra, arrivando in cima alle montagne più alte di ogni continente, le cosiddette Seven Summit. Cosa impossibile sotto il regime del generale Jaruzelski, quando il mio stipendio era così basso che non potevo permettermi neanche una macchina. Figuriamoci di viaggiare all'estero per mesi! Nella mia città mi spostavo in tram e non potevo certo immaginare che un giorno avrei girato il mondo".


Sull'Everest, 43 anni fa, Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy, non riuscirono a scattare foto, tranne una sfocata, perché le loro macchine fotografiche furono messe fuori uso dal gelo. Le prove della loro leggendaria scalata, il rosario e il termometro, furono raccolte qualche mese dopo durante la prima spedizione primaverile compiuta da un alpinista spagnolo e uno sherpa.

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17 febbraio 1980 Everest
Andrzej Zawada Everest 1980
Everest 1980 prima invernale Polonia
Everest Polska 1980
Himalaya 1980
Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy
Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy Everest 1980
Polonia 1980
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Rosario sulla vetta Everest 1980

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