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  • Roma - Giovedì 11 Giugno 2026

Papa Leone XIV a Gran Canaria: "Per i migranti servono vie legali e sicure, soccorso e assistenza"

Dal Porto di Arguineguín, il Pontefice Leone XIV lancia un accorato appello alle istituzioni internazionali e ai governi per fermare la contabilità dei decessi in mare. Un monito severo contro la gestione puramente burocratica dei flussi, rivendicando sia il diritto di asilo sia il diritto originario a non dover forzatamente abbandonare la propria terra natale.

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Il dramma globale delle migrazioni e la tutela dei diritti fondamentali della persona tornano al centro dell'agenda pastorale della Chiesa cattolica con un intervento di eccezionale portata etica e politica.

Durante il suo incontro ufficiale con i rappresentanti e gli operatori delle diverse realtà impegnate nell'assistenza e nel primo aiuto ai profughi, svoltosi presso la banchina del Porto di Arguineguín sull’isola di Gran Canaria, Papa Leone XIV ha pronunciato un discorso denso e privo di mediazioni diplomatiche, esigendo un cambio radicale di prospettiva da parte delle cancellerie europee e mondiali: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra.

Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.

Il Santo Padre ha voluto sfruttare la forte carica simbolica dell'avamposto insulare spagnolo per indirizzare un messaggio diretto ed esplicito a tutti i vertici decisionali del pianeta, estendendo la sua esortazione non solo alle istituzioni civili ma anche al tessuto spirituale e civile universale. Papa Prevost ha contestato duramente l'attuale approccio emergenziale basato esclusivamente sul monitoraggio statistico e sul respingimento, ponendo un interrogativo di natura morale sulla stessa civiltà contemporanea: “Da quest’isola vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”.

Secondo la disamina offerta dal successore di Pietro, l'opinione pubblica e la classe politica devono operare un profondo esame interiore per superare l'indifferenza e la deumanizzazione dei flussi migratori. Il superamento della crisi, ha spiegato il Pontefice, passa necessariamente attraverso il riconoscimento dell'identità e della storia individuale di ciascun disperato, eliminando gli alibi ideologici che anestetizzano le sensibilità collettive: “La “conversione dello sguardo” inizia quando il migrante smette di essere ‘uno dei tanti’, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia. E allora, la conscience non ha più scuse”.

A completamento dell'evento, le parole conclusive di Prevost hanno voluto richiamare il valore teologico e pratico della solidarietà quotidiana e della vicinanza fisica nei luoghi di frontiera. Un ringraziamento sentito e solenne è stato così tributato a tutti i volontari, ai medici e alle forze impegnate nelle operazioni di salvataggio marittimo, capaci di superare le barriere linguistiche attraverso la testimonianza dei piccoli gesti di condivisione e carità: “La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci. Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e cambiare molte vite”.

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