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  • Roma - Venerdì 3 Luglio 2026

Rai, terremoto in Vigilanza: il centrosinistra lascia e apre lo scontro su "TeleMeloni"

Il centrosinistra abbandona la commissione di Vigilanza Rai, innescando un conflitto politico sul servizio pubblico e i nuovi palinsesti.

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La battaglia sulla Rai entra ufficialmente nella campagna elettorale. Dopo giorni di contatti riservati tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Matteo Renzi, il centrosinistra ha deciso di far saltare la commissione parlamentare di Vigilanza dimettendosi in blocco. Una mossa senza precedenti per tempi e conseguenze, che apre una nuova fase dello scontro politico sul servizio pubblico. La scelta arriva in un momento tutt'altro che casuale: proprio mentre ad Ancona vengono presentati i palinsesti della stagione televisiva che accompagnerà il Paese verso le elezioni politiche del 2027. Ed è soprattutto nella tempistica che va cercato il significato dell'operazione preparata dalle opposizioni. Nella storia repubblicana la commissione di Vigilanza Rai ha attraversato crisi, tensioni e scontri durissimi. Mai, però, una legislatura si era avviata verso la conclusione senza l'organismo parlamentare chiamato a esercitare il controllo sul servizio pubblico.

L'offensiva delle opposizioni contro "TeleMeloni"

Il messaggio lanciato dal centrosinistra è rivolto innanzitutto ai presidenti di Camera e Senato. Secondo le opposizioni, la situazione della Rai non sarebbe più sostenibile e richiederebbe un intervento delle massime istituzioni repubblicane. Al centro dell'attacco torna quella che nel campo largo viene ormai definita "TeleMeloni". I partiti di opposizione contestano l'impostazione dei palinsesti, il presunto ridimensionamento di RaiTre, l'uscita di volti capaci di ottenere buoni risultati di ascolto e, al contrario, la promozione di programmi che non avrebbero conquistato il pubblico. Il tema principale resta quello del pluralismo, che secondo il centrosinistra non verrebbe rispettato. I vertici del servizio pubblico respingono però le accuse e difendono la programmazione, sostenendo che l'offerta sia equilibrata e non faziosa. A dimostrarlo, secondo la governance Rai, sarebbe anche la presenza nei palinsesti di voci lontane dal centrodestra, da Sigfrido Ranucci a Marco Damilano, da Riccardo Iacona a Peter Gomez. Anche sul futuro di RaiTre le letture restano opposte. Se le opposizioni parlano di uno smantellamento della rete, all'interno dell'azienda si preferisce utilizzare un'altra definizione: "riequilibrio".

Il nodo della riforma e la "TeleMeloni Tax"

Nello scontro entra anche la mancata riforma del sistema televisivo in linea con il Freedom Act europeo. Su questo fronte, però, la responsabilità chiamata in causa è quella della politica e non dei vertici dell'azienda. La riforma non sarebbe andata avanti soprattutto per le resistenze della Lega e del ministero dell'Economia. Il mancato adeguamento alle indicazioni europee potrebbe ora esporre l'Italia a sanzioni comunitarie. Nelle conversazioni tra i leader dell'opposizione, Giuseppe Conte ed Elly Schlein avrebbero già trovato una definizione destinata a diventare uno degli slogan della battaglia politica: una nuova tassa che chiamano "TeleMeloni Tax".

La contromossa del centrodestra e l'azzeramento della commissione

Alla decisione delle opposizioni è seguita immediatamente la reazione della maggioranza. Anche il centrodestra ha ritirato i propri componenti dalla Vigilanza, determinando così l'azzeramento completo della commissione. La speranza della maggioranza sarebbe quella di arrivare alla nascita di un nuovo organismo parlamentare e di sciogliere finalmente il nodo della presidenza Rai, con l'elezione di Simona Agnes. Al momento, tuttavia, sembra prendere corpo uno scenario diverso. Secondo gli accordi tra i partiti di centrodestra, il leghista Antonio Marano, consigliere anziano e profondo conoscitore delle dinamiche interne all'azienda, potrebbe restare presidente facente funzioni della Rai. Simona Agnes, espressione di Forza Italia, potrebbe invece assumere l'incarico di direttrice generale al posto di Roberto Sergio.

Gli scenari sul futuro di Roberto Sergio

Anche il futuro dell'attuale direttore generale resta al centro delle manovre. Se Roberto Sergio dovesse lasciare l'azienda dopo aver rinunciato all'incarico di dg, potrebbe comunque tornare in gioco in un secondo momento. L'ipotesi è quella di una sua candidatura per il prossimo consiglio di amministrazione della Rai, con l'obiettivo di arrivare alla presidenza. Sergio potrebbe contare, in questa partita, sulle buone relazioni costruite con esponenti di diversi schieramenti politici.

La Rai diventa un terreno della campagna elettorale

Dietro il terremoto in Vigilanza c'è però soprattutto la campagna elettorale. Il centrosinistra avrebbe ormai individuato la strategia da seguire fino alle prossime elezioni politiche: denunciare quella che considera una progressiva "torsione democratica" del Paese. Tra i timori agitati dalle opposizioni c'è anche quello di una futura candidatura di Giorgia Meloni alla presidenza della Repubblica. In questo quadro, la Rai viene considerata uno degli strumenti più importanti a disposizione degli avversari politici, soprattutto per il ruolo che la televisione continua ad avere nella formazione del consenso. Per questo motivo Schlein e Conte sarebbero intenzionati a mantenere altissima la pressione sul servizio pubblico fino al voto. La battaglia sulla Rai è destinata così a diventare uno dei principali cavalli di battaglia dell'opposizione.

L'intesa nel campo largo

Nel centrosinistra la decisione di abbandonare la Vigilanza viene accolta con grande soddisfazione. I leader dei diversi partiti si sarebbero scambiati complimenti per essere riusciti a costruire un fronte comune su un tema così delicato. "Il primo terreno di unità più larga della foto dell'osteria è stata trovata tra i nostri partiti proprio sulla Rai", è il ragionamento che circola nel campo largo. Un risultato attribuito anche al lavoro dei capigruppo in commissione, a partire da Stefano Graziano del Partito democratico. A questo punto appare difficile immaginare la nascita, in tempi brevi, di una nuova Vigilanza. Lo scenario che si profila è quello di uno scontro destinato a durare: da una parte le opposizioni pronte all'attacco, dall'altra il centrodestra deciso a difendere le proprie posizioni.

La linea dell'azienda: "La Rai non si ferma"

Ai vertici della Rai, intanto, nessuno si aspettava una vigilia tanto agitata alla presentazione dei nuovi palinsesti. Un appuntamento rivolto alla stampa ma soprattutto agli inserzionisti pubblicitari, che si ritrova inevitabilmente travolto dalla crisi politica. La linea dell'azienda è però quella di tenere separati i due piani: la politica continuerà a fare la politica, mentre la Rai intende concentrarsi sul prodotto e sulla propria attività. Il messaggio è chiaro: anche se la Vigilanza si ferma, l'azienda va avanti. La Rai resta una società per azioni che opera sul mercato e deve confrontarsi con una concorrenza sempre più forte, sia a livello nazionale sia internazionale.

Il dubbio sulle dimissioni dei consiglieri Rai

Resta infine un'ultima questione aperta. Dopo l'uscita delle opposizioni dalla Vigilanza, bisognerà capire quale sarà la scelta di Roberto Natale e Alessandro Di Majo, consiglieri di amministrazione della Rai rispettivamente in quota Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle. Al momento l'ipotesi delle loro dimissioni non sarebbe sul tavolo. Ma lo scontro appena iniziato è destinato a durare e gli equilibri potrebbero ancora cambiare. La crisi della Vigilanza, dunque, non chiude la partita. Al contrario, segna l'inizio di una guerra politica che accompagnerà la Rai e i suoi vertici fino alle prossime elezioni.

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