
- Prima Notizia 24
- Firenze - Lunedì 26 Ottobre 2026, 18:05
Alzheimer e Sla, la neurologia punta su diagnosi precoci e cure mirate
Dai biomarcatori nel sangue alle terapie su bersagli genetici e molecolari: al congresso della Società Italiana di Neurologia le prospettive della medicina di precisione. Resta centrale l’accesso alle nuove opportunità.
Riconoscere una malattia neurologica prima che i sintomi diventino evidenti, comprenderne i meccanismi e individuare il trattamento più adatto al singolo paziente. È la direzione delineata al 56° Congresso della Società Italiana di Neurologia (SIN), alla Fortezza da Basso di Firenze, con oltre 2.700 esperti e 1.280 contributi scientifici. Il cambiamento riguarda tanto la diagnosi quanto le terapie.
Ai progressi dei biomarcatori si affiancano approcci basati sull’RNA, sulle cellule CAR-T e sulla modifica del DNA, il cosiddetto gene editing: strumenti con applicazioni e livelli di sviluppo differenti, che alimentano la ricerca di interventi sui processi biologici delle malattie. Per l’Alzheimer, tra i segnali di maggiore interesse figura la proteina p-tau217, misurabile attraverso un prelievo di sangue.
Lo studio dei biomarcatori riguarda anche Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica. Integrando questi indicatori con l’analisi delle proteine, dei processi metabolici e con l’intelligenza artificiale, i ricercatori puntano a definire meglio il profilo biologico dei pazienti e a prevedere il decorso delle patologie.
Per Alessandro Padovani, past president della SIN, il passaggio decisivo è verso una medicina capace di intervenire precocemente e di personalizzare le scelte. Non basta anticipare la diagnosi: occorre anche comprendere chi possa trarre maggiore beneficio da un determinato trattamento. A questo obiettivo si accompagna la necessità di rendere le nuove opportunità accessibili a una platea più ampia di persone.
Una prospettiva che interessa direttamente le malattie del motoneurone, tra cui la SLA. Nicola De Stefano, presidente eletto della SIN, richiama lo sviluppo di strategie rivolte a specifici bersagli genetici e molecolari, compresi gli approcci focalizzati sulla proteina STMN2.
Sono percorsi che aprono possibilità di ricerca, la cui efficacia e applicabilità devono essere valutate per ciascun trattamento e gruppo di pazienti.
Il congresso richiama l’attenzione anche su condizioni potenzialmente trattabili che rischiano di essere attribuite all’età o confuse con altre forme di deterioramento cognitivo. È il caso dell’idrocefalo normoteso, che nei pazienti opportunamente selezionati può migliorare dopo un intervento neurochirurgico di derivazione del liquido cerebrospinale. Su questa patologia è stato avviato uno studio multicentrico italiano, promosso dall’Università di Catania e condotto su oltre 200 pazienti. L’obiettivo è affinare la diagnosi attraverso biomarcatori avanzati e tecniche di neuroimaging, così da riconoscere con maggiore precisione le persone che potrebbero beneficiare dell’intervento.
Dalla diagnosi alla scelta terapeutica, la sfida è trasformare la conoscenza dei meccanismi biologici in benefici clinici misurabili, distinguendo gli strumenti già utilizzabili dalle prospettive ancora sperimentali.
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