Annamaria Frustaci “Paolo Borsellino vive ancora. Grazie Paolo…”.
19 luglio 1992, come oggi, a soli 57 giorni di distanza dalla strage di Capaci, riecco la strage di Via D’Amelio. Dopo Giovanni Falcone muore anche Paolo Borsellino, due “monumenti sacri” della lotta alla mafia. Oggi a ricordare Paolo Borsellino -lo fa sulla rivista “Diritto Giustizia e Costituzione- è una donna di Stato, magistrato, Annamaria Frustaci, coraggiosissimo PM della DDA in Calabria, da anni sotto scorta e in prima linea contro la Ndrangheta. Un simbolo anche lei.
(Prima Notizia 24)
Mercoledì 19 Luglio 2023
Roma - 19 lug 2023 (Prima Notizia 24)
19 luglio 1992, come oggi, a soli 57 giorni di distanza dalla strage di Capaci, riecco la strage di Via D’Amelio. Dopo Giovanni Falcone muore anche Paolo Borsellino, due “monumenti sacri” della lotta alla mafia. Oggi a ricordare Paolo Borsellino -lo fa sulla rivista “Diritto Giustizia e Costituzione- è una donna di Stato, magistrato, Annamaria Frustaci, coraggiosissimo PM della DDA in Calabria, da anni sotto scorta e in prima linea contro la Ndrangheta. Un simbolo anche lei.
Annamaria Frustaci “Paolo Borsellino vive ancora. Grazie Paolo…”.
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Sono entrata in magistratura nell’agosto 2010, a diciotto anni di distanza dalla strage di via D’Amelio, iniziando a svolgere le funzioni di pubblico ministero in Calabria, un territorio assai simile per ragioni socio- economiche, storiche, culturali e per fenomeni criminali a quello siciliano.

Come tanti colleghi, mi trovo ad affrontare quotidianamente temi delicati e complessi, ma nei momenti di massima difficoltà, mi dà conforto e mi fa perseverare nell’impegno, la memoria del rigore professionale, del coraggio, della tensione etica e dell’intensa umanità di Paolo Borsellino.

Quando venne assassinato insieme ai poliziotti della sua scorta ero appena adolescente e non potevo comprendere pienamente ciò che col tempo, nel susseguirsi degli accertamenti giudiziari e dei processi sulle stragi, è divenuto sempre più chiaro e intollerabile: mi riferisco agli ultimi cinquantasette giorni della vita di Paolo, i più complicati della sua esistenza di magistrato e di uomo, vissuti dopo avere tragicamente perso un fraterno amico ed inseparabile collega nella strage di Capaci.

Quella morte fu inaccettabile, ma a ben vedere, ancor più inaccettabile fu quanto avvenne in seguito con l’assassinio di Paolo e del personale della sua scorta, perché – alla luce dei fatti di Capaci – pienamente prevedibile dagli stessi attori istituzionali, deputati a programmarne gli spostamenti, nei pochi luoghi da lui frequentati per ragioni di lavoro o di vita privata.

Per questo, nel giorno in cui commemoriamo la sua morte, voglio ricordarlo non solo per il maxi processo, che ha segnato la storia di un intero paese ed cambiato in modo irreversibile le tecniche investigative impiegate per l’accertamento dei reati di criminalità organizzata, ma soprattutto per quella ineguagliabile forza d’animo che gli ha permesso di affrontare a testa alta, con profonda dignità, gli ultimi due mesi di vita, pur serbando dentro di sé due amare certezze: quella di essere “secondo”, dopo la morte già occorsa a Giovanni Falcone e quella che sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma sarebbero stati altri a volerne ed a decretarne la morte, permettendo alla mafia di agire indisturbata.

Di questi due mesi, il ricordo più intenso è il discorso tenuto da Paolo il 20 giugno 1992, presso la chiesa di San Domenico a Palermo, in occasione della veglia per il trigesimo dalla morte di Giovanni Falcone, che più volte mi è capitato di ascoltare e di commentare con i ragazzi nelle scuole.

Vorrei soffermarmi su alcuni passaggi meno noti di quel potente messaggio rivolto alle generazioni più giovani, soffermandomi sulle questioni che tornano ad essere oggi di estrema attualità e che vado a riportare:

“Ricordo la felicità di Falcone e di tutti quelli che lo affiancavamo, quando, in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”.

E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice… Questa affermazione significava di più, significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza della mafia.

Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sopravvenne quasi il fastidio, l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia, doveva essere pagato dalla cittadinanza.

Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia: il nuovo codice di procedura penale. O peggio, hanno fornito un alibi a chi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha voluto o non ha più voluto occuparsene”.

Cito questo particolare contenuto perché, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un susseguirsi di riforme della giustizia in cui il tema della lotta alla mafia è rimasto sullo sfondo, perdendo la sua centralità a beneficio di temi ritenuti più stringenti, quali il tempo di definizione dei processi.

E ancora,  nell’attualità, in forza di quello stesso “garantismo di ritorno” di cui parlava Borsellino, si è sviluppato un ampio ed articolato dibattito sulle proposte già confluite nel disegno di legge approvato nel giugno scorso, in tema di intercettazioni e di abolizione di reati – quali l’abuso d’ufficio ed il traffico di influenze- spesso sintomatici di contiguità dei colletti bianchi al tessuto delle associazioni mafiose, ma anche su tematiche ulteriori, allo stato solamente accennate, come la pretesa necessità di abolire la fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa.

Alla luce di questi accadimenti, la visione lungimirante di Paolo Borsellino rappresenta ancora oggi, a distanza di 31 anni dalla sua morte, una pietra miliare, restituendo a tutti noi la straordinaria testimonianza di un magistrato che non ha esitato, negli ultimi giorni della sua vita – finanche nella consapevolezza dell’imminente sacrificio – a ribadire con forza come la lotta alla mafia passa non tanto dall’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine, quanto soprattutto dalle fondamentali scelte che il legislatore intenda compiere e dagli strumenti di prevenzione e di contrasto che vorrà approntare.

A Paolo vorrei rivolgere un ultimo pensiero, parafrasando la conclusione di quel discorso del 20 giugno 1992, che egli fece per commemorare il suo amico più caro:

Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio  Traina sono morti tutti per noi e abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne, testimoniando i valori in cui crediamo, dimostrando a noi stessi e al mondo che Borsellino è vivo. Grazie Paolo.

Annamaria Frustaci


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