Calabria: le Università calabresi tra eccellenze e bufere giudiziarie

Cosa accade nelle Università calabresi? Quanti sono i meriti reali e i demeriti riconosciuti? Impietosa e attualissima l’analisi che fa per noi lo scrittore Mimmo Nunnari.

(Prima Notizia 24)
Giovedì 05 Maggio 2022
Cosenza - 05 mag 2022 (Prima Notizia 24)

Cosa accade nelle Università calabresi? Quanti sono i meriti reali e i demeriti riconosciuti? Impietosa e attualissima l’analisi che fa per noi lo scrittore Mimmo Nunnari.

Quando capita di apprendere che le Università calabresi volano in alto nel mondo della ricerca e della cultura ci sentiamo veramente orgogliosi come calabresi. Ci siamo rallegrati per l’Università della Calabria risultata tra le quattro new entry italiane per Fisica e astronomia, in una classifica mondiale che comprende 1543 Università in 88 Paesi del mondo. Poco tempo prima siamo stati felici alla notizia che nel “cantiere del secolo” (come lo ha definito il presidente francese Macron) il calabrese Livio De Luca nativo di Amantea e laureato alla Facoltà di Architettura della “Mediterranea” di Reggio guida i lavori di restauro di Notre Dame de Paris, la cattedrale distrutta da un incendio nel 2019. Ancora prima nel pieno della crisi pandemica i giornali di tutto il mondo avevano rivolto apprezzamenti lusinghieri a Luigi Camporota, il medico catanzarese laureato e specializzato nella Facoltà di Medicina della sua città, che aveva curato dal Covid in un ospedale di Londra il premier britannico Boris Johnson, probabilmente salvandogli la vita. Il Times definì Camporota «un’eccellenza nel campo della Terapia Intensiva». Andando a ritroso nel tempo ci viene in mente Sandra Savaglio laureata all’Unical che nel 2004 si è guadagnata la copertina della rivista americana Time per le ricerche sulle origini dell’Universo. E infine freschissima la notizia che Unical e Mediterranea lavoreranno insieme al progetto “Tech4you” (Ecosistemi dell’innovazione) che si è posizionato secondo in una graduatoria nazionale.

Qualcosa dimentichiamo dei successi degli atenei calabresi, ma questi ultimi citati sono già abbastanza emblematici dell’importanza delle Università per la crescita culturale e civile dei territori dove hanno sede.

In tutto il mondo le Università rappresentano l’istituzione più importante che ha la società moderna per la trasmissione del sapere, per la ricerca e per la produzione di nuove conoscenze.

In Italia, se guardiamo alla storia tutte le città e tutte le regioni dove sono state istituite Università (Bologna è tra le più antiche nel mondo, con data di nascita 1088) hanno avuto uno sviluppo più veloce e i territori si sono avvantaggiati nell’avviare processi di formazione dei sistemi produttivi che hanno creato crescita benessere e posti di lavoro. Non tutto è avvenuto in maniera omogenea sul territorio italiano. E’ molto più grande, infatti, rispetto al Sud, il numero della Università fondate al Nord e questa disparità ha contribuito non poco a dar vita a quell’Italia a due velocità fenomeno unico e paradossale nell’Europa e nell’Occidente democratico.

Per fare un esempio, se prendiamo come riferimento la data di fondazione dell’Università di Bologna, ci sono voluti nove secoli perché la Calabria potesse avere la sua Università, con la fondazione dell’Unical nel 1972. Una mortificazione, una punizione incomprensibile, se si pensa che è stato negato “il diritto” all’istruzione dei giovani calabresi per centinaia di anni dai Governi tutti e dal Parlamento.

C’è voluta la determinazione di due prestigiosi leader politici calabresi il socialista Giacomo Mancini e il democristiano Riccardo Misasi per fare uscire la Calabria dal limbo degli esclusi, dei puniti. Più tardi nacque l’Università di Reggio (promotore il parlamentare democristiano Giuseppe Reale) con la facoltà di Architettura, dalla cui costola nacque l’Università di Catanzaro, con le facoltà di Giurisprudenza e di Medicina.

Nella loro vita giovane le “calabresi” hanno preso virtù e vizi del sistema universitario italiano. Le virtù le troviamo nei corsi di laurea importanti, nella buona formazione degli studenti e nelle eccellenze che emergono, mentre i vizi fanno parte del sistema della combriccola nazionale dei “baroni” che spadroneggiano, considerando le Università zone franche, o feudi personali in cui si premia non il più meritevole ma il più vicino al sistema che prevede “favori”, che prima o poi saranno ricambiati.

Succede così che al di là del curriculum (del merito) si sceglie la persona più vicina al “barone” di riferimento, padrone di un giudizio discrezionale e “aggiustato”. Forse non si viola sempre la legge, ma il “sistema” favorisce e consolida un apparato feudale fatto di correnti, prescelti, parenti ed ostracismo nei confronti di coloro che non hanno santi in Paradiso. Si tratta di casi isolati naturalmente (o forse no, perché vediamo solo ciò che emerge dopo le denunce) e si dice così “fan tutte” si dice. Ma poiché non siamo nell’opera mozartiana, ma nel tempio della sapienza nato come modello con Platone che istituì in Atene l’Accademia, il centro educativo più importante di tutti i tempi, si dovrebbe avere solo il merito nel proprio orizzonte.

Non sappiamo, venendo adesso ai fatti di cronaca, se quanto accaduto a Reggio con l’inchiesta giudiziaria chiamata “Magnifica” (52 indagati con in testa il rettore Santo Marcello Zimbone e il suo predecessore e attuale prorettore Pasquale Catanoso) si possa iscrivere nel triste elenco delle inchieste riguardanti le Università, dove sono avvenute gravi illegalità.

Bisognerà attendere le conclusioni del percorso giudiziario prima di giudicare, ma dal quadro delle indagini si capisce, e lo si può/deve dire, che ci troviamo di fronte a una situazione in cui si ravvisano condotte opache e mancanza di dignità accademica che hanno creato danni enormi ai “sacrificati”, come l’architetta messinese che con la sua denuncia alla Procura della Repubblica di Reggio ha fatto muovere l’inchiesta, ma anche, e molto, all’immagine di un’Università che ha faticato a ritagliarsi un ruolo nella formazione di professionisti: architetti, ingegneri, agronomi, in corsi di laurea che fanno parte dei profili originari dell’Ateneo, a cui in maniera improvvida è stata aggiunta “Giurisprudenza”, snaturando la missione originaria della “Mediterranea”. Forse non c’era bisogno di Giurisprudenza, perché storicamente Reggio l’ha sempre avuta di fronte, nella dirimpettaia Messina, la facoltà di legge. Giurisprudenza serve solo al proliferare di avvocati in un contesto già affollato. Si pensi che in Piemonte ci sono 2,3 avvocati su mille abitanti e in Calabria si arriva a sette su mille, mentre la media nazionale si attesta a 4,1 sempre si mille.

A Reggio sarebbe servita una facoltà umanistica, con un corso di laurea in Archeologia (nella città dove esiste uno dei più importanti musei archeologici del Mediterraneo) e uno di Lettere, collegato alla cultura delle comunità di origine greche sparse sul territorio. Ma sarebbe stata una cosa troppo sensata, e non si è fatta.

 La realtà, amara, oggi, è che la “Mediterranea”, nonostante le sue eccellenze e i suoi meriti, si innesta tristemente in un circuito vizioso di sistemi corruttivi facendo emergere un quadro che, come dice il Gip dell’inchiesta Vittorio Quaranta, è, a dir poco, “disarmante”.


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