Ultim’ora

Cronaca

  • Prima Notizia 24
  • Roma - Martedì 23 Giugno 2026

Caso Regeni, la Procura: "Fu privato della sua umanità". Al via la requisitoria contro gli 007 egiziani

La Procura di Roma avvia la requisitoria sul caso Regeni, evidenziando torture e violazioni da parte dei servizi segreti egiziani.

Condividi questo articolo

Con l'inizio della requisitoria della Procura di Roma entra nella fase decisiva il processo per il sequestro, le torture e l'uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto nove giorni dopo lungo l'autostrada che collega la capitale egiziana ad Alessandria. Davanti alla Corte d'Assise di Roma sono imputati, in contumacia, quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdel Sharif. Un procedimento che, a quasi dieci anni dai fatti, rappresenta uno dei casi giudiziari e diplomatici più delicati della storia recente italiana. Ad aprire la requisitoria è stato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che ha ricostruito le ultime ore di vita del giovane ricercatore partendo da una delle frasi più drammatiche emerse nel corso delle indagini: "Gli abbiamo dato il colpo di grazia".

"Arroganza del potere e certezza dell'impunità"

Secondo la Procura, quelle parole rappresentano molto più di una semplice ammissione. "Qui c'è l'arroganza del potere e la serenità di chi ritiene di non dover mai rispondere delle proprie azioni", ha spiegato Colaiocco in aula, sottolineando come quella frase racchiuda il senso di un sistema che si sentiva al di sopra di ogni controllo. Per l'accusa, il caso Regeni non riguarda soltanto un omicidio, ma un piano di violenza sistematica esercitata da appartenenti agli apparati di sicurezza dello Stato egiziano. "La prima sconvolgente verità è che Giulio Regeni è stato collocato in uno spazio senza difesa, senza controllo e senza limiti", ha affermato il magistrato.

Il processo sulla tortura

Al centro del procedimento non c'è soltanto la morte del ricercatore friulano, ma soprattutto le torture che avrebbe subito nei giorni successivi al sequestro. "Qui si giudica la tortura", ha ribadito la Procura. Secondo la ricostruzione accusatoria, Regeni fu privato progressivamente di ogni tutela e ridotto a oggetto di un dominio assoluto. Un giovane ricercatore, un cittadino italiano e un uomo libero che, una volta sequestrato, sarebbe stato consegnato a un sistema di violenze culminato con la morte. "In quel momento diventa materia su cui esercitare il potere. Giulio Regeni fu privato della sua stessa condizione di essere umano", ha dichiarato Colaiocco.

"A colpire furono uomini dello Stato"

Per la Procura esiste un elemento che rende questa vicenda ancora più grave. "A commettere tutto questo non furono criminali comuni, ma uomini dello Stato", ha sostenuto il magistrato riferendosi agli apparati di sicurezza egiziani. Un aspetto che, secondo l'accusa, travalica il singolo episodio criminale e investe direttamente il rapporto tra istituzioni, diritti e legalità. Quando una struttura statale nata per garantire sicurezza si trasforma in strumento di repressione, ha osservato Colaiocco, viene colpita non soltanto la vittima, ma il principio stesso dello Stato di diritto.

Un procedimento contro silenzi e depistaggi

Nel corso della requisitoria la Procura ha ricordato le numerose difficoltà incontrate durante le indagini. "Questo è stato un processo contro il silenzio, contro le menzogne e contro i depistaggi", ha affermato il procuratore aggiunto. Fin dall'inizio, infatti, le autorità italiane hanno denunciato la scarsa collaborazione delle istituzioni egiziane e le molteplici versioni fornite nel corso degli anni sulla sorte del ricercatore. Secondo l'accusa, la ricerca della verità è stata ostacolata da omissioni, ritardi e tentativi di depistaggio che hanno reso particolarmente complesso il lavoro degli investigatori italiani.

Il ruolo della giustizia italiana

Nel suo intervento, Colaiocco ha sottolineato come il processo celebrato a Roma rappresenti un passaggio fondamentale per evitare che il caso Regeni venisse dimenticato. "Sarebbe dovuto essere compito dell'Egitto offrire una risposta. È accaduto l'esatto contrario", ha dichiarato. Per questo motivo, ha aggiunto, la magistratura italiana ha scelto di assumersi la responsabilità di portare avanti il procedimento. "Se questo processo non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo. Se questa morte non fosse arrivata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all'oblio". Parole che richiamano uno dei principi cardine più volte evocati durante il procedimento: nessuna ragione di Stato può prevalere sulla ricerca della verità e della giustizia.

L'attesa della famiglia Regeni

In aula era presente anche l'avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni e tra le figure che in questi anni hanno seguito più da vicino la vicenda. "È da dieci anni e mezzo che aspettiamo questo momento", ha dichiarato all'inizio dell'udienza. Un'attesa lunga e complessa, accompagnata dal sostegno di una vasta parte dell'opinione pubblica italiana che ha continuato a chiedere chiarezza sulle responsabilità del sequestro, delle torture e della morte del giovane ricercatore. Con la requisitoria della Procura si apre ora una fase decisiva del processo, destinata a segnare uno dei capitoli più importanti nella lunga ricerca di verità e giustizia per Giulio Regeni.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24

iscriviti alla newsletter PN24

Ricevi aggiornamenti, notizie, direttamente sulla tua casella email iscrivendoti alla newsletter settimanale Prima Notizia 24.

Iscriviti