Reporter di Guerra. Nove anni fa a Gaza moriva Simone Camilli
La storia di Simone Camilli, cronista e inviato di guerra in Israele per la Associated Press, si è conclusa tragicamente nove anni fa sulla Striscia di Gaza. Da nove anni a questa parte il giornalista Pino Nano continua a riproporre la sua storia come testimonianza ancora viva di un eroe nazionale.
di Pino Nano
Lunedì 14 Agosto 2023
Roma - 14 ago 2023 (Prima Notizia 24)
La storia di Simone Camilli, cronista e inviato di guerra in Israele per la Associated Press, si è conclusa tragicamente nove anni fa sulla Striscia di Gaza. Da nove anni a questa parte il giornalista Pino Nano continua a riproporre la sua storia come testimonianza ancora viva di un eroe nazionale.

Era esattamente il 13 agosto 2014, quando le agenzie internazionali diedero per prime la notizia della morte, su un campo di guerra, di un giovane giornalista italiano. La mattina di quel 13 agosto 2014, a Beit Lahya, siamo a Nord della Striscia di Gaza, Simone Camilli viene investito in pieno dall’esplosione di una bomba, proprio mentre stava filmando con la sua cinepresa le operazioni di un gruppo di artificieri alle prese con ordigno inesploso e sganciato qualche giorno prima da un F16 israeliano.

“Sarebbe come tradire noi stessi il non volere, o il non sapere, ricordare questi nostri eroi moderni”, dirà Carlo Verna, allora Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti nel corso di una cerimonia che Carlo Verna aveva prepotentemente voluto qualche anno fa nei saloni di rappresentanza dell’Ordine dei Giornalisti Italiani, presente per intero la famiglia di Simone.

“Oggi – ricordava  in quella occasione il Presidente Carlo Verna- ricordiamo Simone che è stato un “giornalista-giornalista”-come fu descritto Giancarlo Siani nel film Fort Apache- un giornalista di quelli che tenacemente intendono esercitare il proprio mestiere sul campo. Uno di quei tanti colleghi che hanno dato la loro vita per fare fino in fondo questo nostro mestiere.Uno di quelli che devono essere per tutti noi uno spunto e una guida morale, per poter esercitare sempre al meglio il nostro lavoro”.

Simone aveva scelto per il futuro della sua vita il mestiere più intrigante e più bello del mondo, quello del giornalista, ma a differenza di suo padre Pierluigi, allevato e cresciuto alla prestigiosissima scuola del TG1, dopo aver trascorso gran parte della sua vita a insegnare giornalismo nelle aule universitarie di mezza Italia, lui invece, Simone Camilli aveva preferito il giornalismo per immagini. Ma per far questo non hai altra scelta. Non puoi stare seduto davanti ad una scrivania ad aspettare che la notizia ti venga portata sul tavolo. In questo caso la notizia te la devi andare a cercare da solo, e spesso anche nei posti più caldi e più maledetti del mondo.

Così è stato per lui. E un giorno, la mattina del 13 agosto 2014, a Beit Lahya, a Nord della Striscia di Gaza, Simone viene investito in pieno dall’esplosione di una bomba. L’esplosione è devastante, improvvisa, inaspettata, lacerante sotto tutti i profili, e alla fine delle operazioni di soccorso la polizia locale conta accanto al corpo senza vita di Simone altri cinque cadaveri.

Giornata nera per il mondo del giornalismo. Simone diventa così, per la storia, il diciassettesimo giornalista morto durante il conflitto nella Striscia di Gaza, e l’ultimo dei 66 cronisti di guerra uccisi nel mondo nel 2014.

Sarà Papa Francesco  a ricordare quel giorno al resto del mondo che la “morte di Simone Camilli non appartiene solo al dolore degli italiani”.

Il Papa, quella mattina in volo verso Seul, informato della morte del giovane reporter italiano dal Portavoce della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, ai giornalisti in volo con lui e in attesa di salutarlo dà la notizia che gli è appena arrivata con questi toni: “Vi ringrazio della vostra presenza qui, ma dopo aver sentito Padre Lombardi vi faccio una proposta: restiamo in silenzio e dedichiamo una preghiera a Simone Camilli, uno dei vostri che oggi se ne è andato in servizio. Queste sono le conseguenze della guerra! E’ così”.

Suo padre e sua madre, le sue sorelle, la compagna della sua vita, ne vadano sempre fieri. Perché un cronista che muore sul campo, così come è accaduto a Simone Camilli, con tanto di cinepresa a tracolla e cellulare pronto a trasmettere e smistare quelle immagini in ogni parte del mondo, è più che un eroe.

La sua storia professionale di cronista parte proprio dalla laurea, nel 2006, in Scienze storico-religiose, presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, dove Simone chiude il suo ciclo di studi con una tesi in Islamistica, su Sayyid Qutb e “il rapporto tra suicidio e martirio nell’Islam contemporaneo”.

Inizia a fare il giornalista collaborando con l’agenzia di stampa cattolica Asia News, 2005-2006, sono gli anni in cui il suo nome compare tra gli autori del “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2005”, presentato alla Camera dei deputati. E in quello stesso anno, inizia la sua intensa collaborazione con Associated Press.

Dopo aver coperto uno degli eventi di maggiore rilevanza mediatica di quell’anno, la morte di Papa Giovanni Paolo II, nel 2006 si trasferisce nella sede di corrispondenza dell’Associated Press di Gerusalemme, dove nel dipartimento video dell’agenzia ricopre prima il ruolo di redattore e poi di coordinamento editoriale tra la redazione Europe & Middle East e quella centrale di Londra.

Sono anni di intenso lavoro per lui. Negli anni successivi Simone segue la Seconda Guerra del Libano (2006), racconta le conseguenze devastanti degli attacchi missilistici dei militanti palestinesi di Gaza nel sud di Israele (2006 - 2008), filma la visita del Presidente americano Bush in Giordania in occasione dei colloqui con il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki (2006), e gli scontri tra le due principali fazioni politiche palestinesi Fatah e Hamas (2006). Ma sono anche suoi i reportage sullo scambio di prigionieri tra Israele e Libano (2008), sull’incidente della Gaza Flotilla (2010), sull’avanzata di ISIS in Iraq e l’emergenza profughi (2014), e sui tre diversi interventi militari Israeliani contro la Striscia di Gaza tra il 2008 e il 2014, le operazione “Cast Lead”, “Pillar of Defence”, “Protective Edge”.

Ma nella sua vita non c’è soltanto il Medioriente. Simone viene chiamato a seguire e a coprire anche numerosi eventi anche in Europa, le Elezioni presidenziali in Francia del 2007, le celebrazioni per la Dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008, la Seconda guerra in Ossezia del Sud nel 2008, e il Naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio nel 2012. Poi, a metà del 2014, dunque pochi mesi prima di morire, Simone si trasferisce definitivamente in Libano all’ufficio di corrispondenza dell’AP a Beirut. Sempre sul campo, sempre nel cuore delle crisi: dall'operazione dell'esercito israeliano 'Colonna di nuvola', nel dicembre 2012, allo scambio di prigionieri per il rilascio del soldato israeliano Gilad Shalit, 2011; dall'arresto dell'ex comandante serbo-bosniaco Radko Mladic, maggio 2011, fino al conflitto in Georgia, fra agosto e ottobre del 2008.

Sarebbe bello che uno dei mille sindaci di questo nostro Paese si ricordasse un giorno della sua storia, e magari gli intitolasse una strada, come segno di rispetto per un eroe dei nostri tempi.


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