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  • Roma - Martedì 27 Ottobre 2026, 12:40

«L’invisibile dell’arte», a Roma diciotto artisti raccontano ciò che sfugge allo sguardo

Nel foyer del Centro Euclide, la mostra curata da Guglielmo Zamparelli in occasione della Rome Art Week esplora il rapporto tra creazione e percezione. Un percorso tra pittura e scultura ispirato al pensiero dello storico dell’arte Aby Warburg.

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di Redazione

Davanti a un’opera d’arte vediamo colori, forme, materia. Poi qualcosa ci trattiene: un particolare che risveglia un ricordo, una figura che mette a disagio, una luce che restituisce una sensazione dimenticata. È in questo passaggio, quando l’osservazione diventa esperienza personale, che prende forma il tema de «L’invisibile dell’arte», la mostra curata da Guglielmo Zamparelli nel foyer del Centro Euclide di Roma, in occasione della Rome Art Week.

L’esposizione riunisce diciotto pittori e scultori attorno a una domanda che riguarda tanto chi crea quanto chi guarda: che cosa custodisce un’opera oltre la sua presenza materiale? Il percorso invita a cercare la risposta nel rapporto tra il lavoro dell’artista e la sensibilità del visitatore, tra ciò che viene affidato a una tela o a una scultura e ciò che ciascuno vi riconosce.

A orientare il progetto è il richiamo al pensiero di Aby Warburg, lo storico dell’arte che indagò la persistenza di gesti, simboli e memorie nelle immagini. Nella lettura proposta dalla mostra, ogni forma porta con sé una tensione emotiva che può attraversare il tempo e tornare a parlare a chi la incontra.

Il percorso curatoriale si sviluppa attorno a due momenti. Il primo riguarda la nascita dell’opera: quella fase del lavoro in cui intuizioni, ricordi e stati d’animo cercano una forma. Chi visita una mostra arriva quando questo processo si è già compiuto. Può osservarne il risultato, seguirne i segni, immaginarne i passaggi; resta però una parte intima della creazione che la materia suggerisce senza svelare del tutto.

Zamparelli porta l’attenzione proprio su questa dimensione. Una pennellata, una linea, una superficie lavorata trattengono qualcosa delle scelte e della condizione emotiva dell’autore. L’opera rende percepibile una parte di quel vissuto e la consegna a persone che potranno leggerla in modi diversi.

Il secondo momento appartiene al pubblico. Davanti allo stesso lavoro, ciascun visitatore porta una storia differente: esperienze, attese, fragilità, conoscenze. Un dettaglio può diventare centrale per qualcuno e passare inosservato per un altro. Anche per questo l’incontro con l’arte conserva un margine di sorpresa, capace di modificare la prima impressione e di aprire interpretazioni inattese.

Tra questi due momenti si colloca il senso dell’esposizione: l’incontro fra l’esperienza di chi realizza l’opera e quella di chi la osserva. Il significato prende forma anche in questo scambio, nel tempo che il visitatore sceglie di dedicare a ciò che ha davanti.

«L’invisibile dell’arte» propone così un esercizio di attenzione. Invita a soffermarsi, a tornare su un particolare, a lasciare che una sensazione trovi spazio prima di cercarle una spiegazione. Nel foyer del Centro Euclide, pittura e scultura diventano l’occasione per interrogare anche il proprio modo di guardare: ciò che riconosciamo nelle opere, e ciò che le opere riescono a far affiorare di noi. (R.S.)

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