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  • Roma - Lunedì 22 Giugno 2026

Almasri condannato a oltre sette anni in Libia: la sentenza di Tripoli riapre il caso che coinvolge anche l'Italia e la Corte penale internazionale

Osama Njeem Almasri, ex comandante libico, è stato condannato a sette anni per violazioni dei diritti dei detenuti, mentre continua la battaglia legale internazionale.

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Osama Njeem Almasri, l'ex comandante libico finito al centro di un caso internazionale dopo il suo arresto in Italia e la successiva liberazione, è stato condannato dal Tribunale penale di Tripoli a sette anni e quattro mesi di reclusione. Secondo quanto riportato dai media libici, il procedimento riguarda le violazioni dei diritti dei detenuti all'interno del carcere di Mitiga, una delle strutture più controverse della Libia contemporanea e per anni associata al nome dello stesso Almasri. Oltre alla pena detentiva, la sentenza prevede anche l'interdizione dai pubblici uffici e la sospensione dei diritti civili per tutta la durata della condanna. Una decisione che arriva mentre il nome dell'ex comandante continua a essere al centro di una complessa battaglia giudiziaria internazionale che coinvolge la Libia, l'Italia e la Corte penale internazionale dell'Aja.

Chi è Osama Njeem Almasri

Considerato una figura di primo piano nell'apparato di sicurezza della Tripolitania, Almasri è stato per anni uno dei principali responsabili della gestione del carcere di Mitiga. La struttura è stata più volte indicata da organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani come luogo di detenzioni arbitrarie, torture e abusi. L'ex comandante è inoltre ritenuto vicino alla potente milizia Rada, uno dei gruppi armati che continuano ad avere una forte influenza nella Libia occidentale. Proprio il suo ruolo all'interno di questo sistema lo ha portato nel mirino della Corte penale internazionale, che lo accusa di reati molto più gravi rispetto a quelli oggetto del procedimento celebrato a Tripoli.

Il caso che ha coinvolto l'Italia

La vicenda di Almasri è diventata particolarmente delicata anche per l'Italia. L'uomo era stato arrestato a Torino sulla base di un mandato della Corte penale internazionale. Tuttavia, dopo una serie di passaggi giudiziari e amministrativi, era stato rimpatriato in Libia invece di essere trasferito all'Aja. Una scelta che ha provocato forti polemiche politiche e giuridiche, sia in Italia sia a livello internazionale. La decisione ha aperto un contenzioso tra il governo italiano e la Corte penale internazionale, con accuse e richieste di chiarimento che continuano ancora oggi a produrre effetti sul piano diplomatico.

I dubbi sulla reale detenzione

Nonostante l'arresto avvenuto in Libia lo scorso novembre, numerosi osservatori hanno espresso dubbi sulla reale situazione di Almasri. Organizzazioni come Refugees in Libya e diversi gruppi per la tutela dei diritti umani hanno più volte evidenziato l'assenza di informazioni certe sul luogo in cui sarebbe detenuto. Anche le autorità libiche non hanno mai fornito dettagli precisi sulle modalità della sua custodia. Questa mancanza di trasparenza ha alimentato sospetti e interrogativi, soprattutto considerando il peso politico e militare che Almasri continua a esercitare nel Paese.

Il rapporto delle Nazioni Unite

A rafforzare questi dubbi è stato anche l'ultimo rapporto del panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia. Secondo il documento, la milizia Rada manterrebbe ancora un forte controllo su diversi centri di detenzione presenti nella Tripolitania. Gli esperti sostengono inoltre che lo stesso Almasri continuerebbe a esercitare influenza su alcune strutture e su reti operative legate alla gestione dei migranti. Il rapporto descrive un sistema nel quale i centri di detenzione sarebbero diventati luoghi di sfruttamento e traffico di esseri umani, con accuse che vanno ben oltre i fatti contestati nel processo celebrato a Tripoli.

Una sentenza che solleva interrogativi

La tempistica della condanna ha immediatamente attirato l'attenzione degli analisti. Molti osservatori ritengono infatti che il procedimento libico possa avere anche una valenza strategica sul piano internazionale. L'ipotesi è che la sentenza venga utilizzata per dimostrare che la Libia è in grado di perseguire autonomamente i reati attribuiti ad Almasri, riducendo così la necessità di un intervento diretto della Corte penale internazionale. Una tesi che potrebbe avere conseguenze rilevanti sui procedimenti aperti all'Aja.

Il processo parallelo della Corte penale internazionale

Mentre in Libia si celebra questo processo, la Corte penale internazionale continua infatti a portare avanti le proprie indagini sui presunti crimini commessi nel Paese. Al centro dell'attenzione dell'Aja non vi sono soltanto le accuse relative ai maltrattamenti dei detenuti, ma anche presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Si tratta di contestazioni molto più ampie e gravi, che riguardano il sistema di detenzione, le violenze sui migranti e il trattamento riservato a numerose persone finite sotto il controllo delle milizie.

L'arresto del braccio destro di Almasri

Diversa la sorte toccata a uno dei più stretti collaboratori dell'ex comandante. Al Hishri, conosciuto anche con il soprannome di Al Buti e considerato il braccio destro di Almasri, è stato arrestato in Germania e successivamente consegnato alla Corte penale internazionale. Nei suoi confronti il procedimento è già stato formalmente avviato. Secondo diversi osservatori, le sue eventuali dichiarazioni potrebbero avere conseguenze significative non soltanto per lui, ma anche per altri esponenti politici e militari della Tripolitania.

Il ricorso contro la competenza dell'Aja

Nel frattempo Almasri ha presentato un ricorso con il quale contesta la competenza della Corte penale internazionale a giudicarlo. La strategia difensiva punta a sostenere che la Libia possieda strumenti giuridici adeguati per perseguire autonomamente i reati contestati. Proprio in quest'ottica, la recente condanna pronunciata dal tribunale di Tripoli viene interpretata da molti come un elemento che potrebbe rafforzare la posizione dell'ex comandante. Se tale impostazione dovesse essere accolta, non ne beneficerebbe soltanto Almasri, ma potrebbero cambiare anche gli scenari giudiziari per altri soggetti coinvolti nelle indagini internazionali.

Attesa per la decisione della Corte

I prossimi giorni saranno decisivi. La Camera pre-processuale della Corte penale internazionale ha fissato al 3 luglio il termine entro il quale le parti potranno presentare osservazioni sul ricorso. Da quella decisione dipenderà una parte importante del futuro giudiziario di Almasri e delle indagini sui presunti crimini commessi in Libia negli ultimi anni. Nel frattempo la condanna pronunciata a Tripoli aggiunge un nuovo capitolo a una vicenda che continua a intrecciare giustizia internazionale, equilibri politici e rapporti diplomatici tra Europa, Libia e Corte penale internazionale.

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