Corte Costituzionale. E-mail e whatsapp sono corrispondenza. Ma nel caso di Renzi serviva l’ok del Senato. - SENTENZA ALLEGATA
Accolto il conflitto proposto dal Senato della Repubblica contro la Procura di Firenze sul “caso Matteo Renzi”. Esulta Matteo Renzi “Per noi oggi è il giorno del trionfo del diritto”.
di Pino Nano
Venerdì 28 Luglio 2023
Roma - 28 lug 2023 (Prima Notizia 24)
Accolto il conflitto proposto dal Senato della Repubblica contro la Procura di Firenze sul “caso Matteo Renzi”. Esulta Matteo Renzi “Per noi oggi è il giorno del trionfo del diritto”.

La Corte costituzionale ha accolto il conflitto di attribuzione proposto dal Senato nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, nella parte in cui era diretto a contestare la legittimità dell’acquisizione di corrispondenza del sen. Renzi in violazione dell'art. 68, terzo comma, Cost. Con sentenza n.170 del 2023 (red. Franco Modugno).

Una sentenza che ha già fatto il giro dei palazzi del potere, perché mai così articolata e soprattutto chiara.

 

Diciamo prima di tutto che la Corte era così composta, la Presidente Silvana SCIARRA; e i Giudici Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI, Stefano PETITTI, Angelo BUSCEMA, Emanuela NAVARRETTA, Maria Rosaria SAN GIORGIO, Filippo PATRONI GRIFFI, Marco D’ALBERTI.

 

Sostanzialmente la Corte ha dichiarato che la Procura non poteva acquisire, senza preventiva autorizzazione del Senato, messaggi di posta elettronica e whatsapp del parlamentare, o a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi.

 

Tali messaggi sono stati poi ritenuti dalla Corte riconducibili alla nozione di «corrispondenza», costituzionalmente rilevante e la cui tutela non si esaurisce, come invece sostenuto dalla Procura, con la ricezione del messaggio da parte del destinatario, ma perdura fin tanto che esso conservi carattere di attualità e interesse per gli interlocutori.

 

Gli organi investigativi - ha precisato la Corte - sono abilitati a disporre il sequestro di "contenitori" di dati informatici appartenenti a terzi, quali smartphone, computer o tablet: ma quando riscontrino la presenza in essi di messaggi intercorsi con un parlamentare, debbono sospendere l'estrazione di tali messaggi dalla memoria del dispositivo e chiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza per poterli coinvolgere nel sequestro. Ciò a prescindere da ogni valutazione circa il carattere "occasionale" o "mirato" dell'acquisizione dei messaggi stessi.

 

La vicenda. Con ricorso depositato l’11 maggio 2022, il Senato della Repubblica ha promosso conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Firenze, per avere quest’ultima acquisito agli atti del procedimento penale iscritto al n. 3745 del registro generale delle notizie di reato del 2019, pendente nei confronti del senatore Matteo Renzi e di altri soggetti, corrispondenza scritta riguardante il medesimo senatore Renzi senza previa autorizzazione del Senato (in quanto mai richiesta), menomando con ciò- si legge nella sentenza della Corte- le attribuzioni garantite a quest’ultimo dall’art. 68, terzo comma, della Costituzione.

 

Premesso che il senatore Renzi- precisa la Corte- era in carica dal 9 marzo 2018, data della proclamazione, e che da tale data dunque fruiva della prerogativa di cui al citato art. 68, terzo comma, Cost., “il ricorrente deduce che, nell’ambito dell’attività investigativa relativa al procedimento penale dianzi indicato, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze ha in particolare acquisito, attraverso il sequestro di dispositivi mobili di comunicazione appartenenti a terzi, messaggi di testo scambiati tramite l’applicazione WhatsApp  tra il senatore Renzi e il suo interlocutore V. U. M. nei giorni 3 e 4 giugno 2018, e tra il senatore Renzi e il suo interlocutore, M. C. nel periodo 12 agosto 2018-15 ottobre 2019, nonché corrispondenza intercorsa tramite e-mail fra questi ultimi, nel numero di quattro missive, tra il 1° e il 10 agosto 2018”.

 

 

Immediata la reazione del senatore Matteo Renzi, direttamente sul suo profilo social: “Avevo fortemente voluto che la vicenda finisse in Corte, non per il processo ma per un punto di principio e di diritto. Io sostenevo che il comportamento dei PM di Firenze violasse la Legge (e la Cassazione ci ha dato ragione 5 volte) e che violasse anche la nostra Costituzione. La Corte Costituzionale ha accolto il ricorso, dandoci ragione e annullato alcuni provvedimenti dei PM di Firenze. Verrà il giorno in cui la classe dirigente del Paese rifletterà serenamente su questa indagine assurda, nata contro di me, contro le persone che mi stanno vicine e soprattutto contro i fatti.Verrà quel giorno ma non è questo”.

 

“Oggi – sottolinea ancora Matteo Renzi- è solo il giorno del trionfo del diritto. Le indagini dei PM Turco e Nastasi sono state bocciate per cinque volte dalla Corte di Cassazione e adesso anche dalla Corte Costituzionale. Dalla parte della legalità ci stiamo noi. Grazie ai senatori che hanno votato in Aula per sollevare il conflitto sfidando l'opinione pubblica in nome del diritto. E un abbraccio sincero a chi in questi anni mi ha dimostrato il suo affetto e la sua vicinanza: vi voglio bene”.

 

Evidentemente a giudizio della Corte la Procura non poteva farlo.

 

La Corte non ha invece accolto il ricorso nella parte in cui veniva contestata l’acquisizione da parte della Procura, senza autorizzazione, dell'estratto del conto corrente personale del Senatore Renzi, in quanto non era stato spedito dalla banca al parlamentare, ma allegato a segnalazioni di operazioni bancarie provenienti da uffici della Banca d’Italia.

LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE


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