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  • Roma - Martedì 16 Giugno 2026

Crans-Montana, cresce la protesta dopo la tragedia del Constellation: migliaia di firme contro la riapertura dei locali dei Moretti

A Crans-Montana, cresce la mobilitazione contro la riapertura di attività legate alla famiglia Moretti, indagata per l'incendio del Constellation.

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A oltre cinque mesi dalla tragedia del Constellation, la ferita aperta nella comunità di Crans-Montana e nelle famiglie delle vittime continua a farsi sentire. Nelle ultime settimane è nata una mobilitazione internazionale che chiede di impedire la riapertura di alcune attività commerciali riconducibili alla famiglia Moretti, attualmente al centro delle indagini per il devastante incendio che nella notte di Capodanno ha provocato decine di morti e oltre un centinaio di feriti. L'iniziativa ha già raccolto quasi quattromila adesioni e continua a ottenere consensi da diversi Paesi. Tra i firmatari figurano numerosi sopravvissuti al rogo, compresi gran parte dei giovani italiani ricoverati negli scorsi mesi all'ospedale Niguarda di Milano.

La paura di voltare pagina troppo in fretta

La petizione è stata promossa dai familiari delle vittime svizzere dopo le indiscrezioni riguardanti una possibile riapertura del Senso, a Crans-Montana, e del Le Vieux Chalet, nella vicina Lens. Si tratta di due esercizi commerciali collegati alla coppia attualmente indagata nell'ambito dell'inchiesta sul disastro. Secondo i promotori dell'appello, consentire la ripresa delle attività mentre le indagini sono ancora in corso rappresenterebbe un segnale profondamente doloroso per chi ha perso una persona cara o porta ancora sul proprio corpo e nella propria mente le conseguenze di quella notte.

Il ricordo della notte che cambiò tutto

Nel testo della petizione viene ripercorsa la drammatica notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, quando l'incendio divampato all'interno del Constellation trasformò una serata di festa in una tragedia senza precedenti. "Persone arrivate da tutto il mondo per celebrare un momento di gioia non sono mai tornate a casa", si legge nell'appello. I promotori ricordano il lungo periodo di sofferenza vissuto dai familiari, l'attesa di risposte e le procedure giudiziarie ancora in corso. Proprio per questo ritengono inaccettabile l'idea che attività legate alle persone indagate possano riprendere normalmente il proprio lavoro. "La presunzione di innocenza è un principio che rispettiamo. Ma anche la decenza è un principio", sottolinea il documento.

La richiesta alle autorità

L'obiettivo della petizione è chiaro: chiedere alle autorità cantonali e federali, ai proprietari degli immobili, ai locatori e ai partner commerciali di assumersi una responsabilità morale in attesa che la magistratura completi il proprio lavoro. I firmatari domandano che qualsiasi attività direttamente riconducibile alle persone coinvolte nell'inchiesta resti sospesa fino alla conclusione definitiva dei procedimenti giudiziari. Una richiesta che nasce non soltanto dalla ricerca della giustizia, ma anche dal desiderio di rispetto nei confronti di chi continua a convivere con il dolore provocato dalla tragedia.

I genitori dei ragazzi feriti: "Non possono continuare come se nulla fosse"

Tra le voci più determinate ci sono quelle delle famiglie dei giovani rimasti gravemente feriti nell'incendio. Valentino Giola, padre di Giuseppe, ha espresso tutta la sua contrarietà alla possibilità di una riapertura. "I Moretti hanno dimostrato più volte di non essere in grado di garantire sicurezza e di avere compiuto scelte che hanno messo in pericolo gli avventori. Non era neppure la prima volta che si verificava un incendio in uno dei loro locali e per questo ritengo che non abbia senso permettere loro di continuare a gestire direttamente attività aperte al pubblico". Sulla stessa linea anche Umberto Marcucci, padre di Manfredi, uno dei ragazzi più gravemente colpiti dal rogo. "Capisco che tutti debbano lavorare e guadagnarsi da vivere, ma esistono tante altre attività. Tornare subito dietro un bancone a servire clienti mi sembra una scelta che dimostra una totale mancanza di sensibilità verso chi ha sofferto e continua a soffrire".

L'adesione dell'ambasciatore italiano in Svizzera

Tra le firme raccolte compare anche quella dell'ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, che ha deciso di sostenere pubblicamente l'iniziativa. "Riaprire locali frequentati da ragazzi della stessa età di quelli che hanno perso la vita o sono rimasti gravemente feriti rappresenta, a mio avviso, una grave offesa nei confronti delle famiglie coinvolte. Per questo ho aderito immediatamente alla petizione". L'ambasciatore ha inoltre espresso un giudizio molto severo sulla gestione della sicurezza. "Hanno già dimostrato di non essere stati in grado di prevenire una tragedia di queste dimensioni, a causa dell'assenza di adeguate misure di sicurezza e del mancato rispetto delle norme".

Gli avvocati delle famiglie chiedono prudenza

Anche i legali che assistono alcune delle famiglie coinvolte nella tragedia guardano con forte preoccupazione all'ipotesi di una riapertura imminente. Fabrizio Ventimiglia, che rappresenta la famiglia Donadio, ritiene che qualsiasi decisione in questa fase sarebbe prematura. "Una riapertura appare inopportuna e certamente anticipata rispetto ai tempi della giustizia. Mi auguro che, prima di qualsiasi autorizzazione, vengano effettuati tutti i controlli necessari da parte delle autorità competenti per garantire la massima sicurezza". L'avvocato ha inoltre annunciato possibili iniziative sul piano giudiziario. "Ci attiveremo affinché la Procura valuti il sequestro degli eventuali ricavi generati dalle attività, fatta eccezione per quanto necessario al pagamento dei dipendenti. Mi auguro inoltre che il personale impiegato sia diverso da quello che operava in precedenza e che non abbiamo ancora avuto modo di ascoltare nel corso delle udienze".

Una ferita ancora aperta

Mentre l'inchiesta prosegue e le responsabilità devono ancora essere accertate in via definitiva, la vicenda continua ad alimentare un acceso dibattito tra esigenze economiche, rispetto delle regole e sensibilità nei confronti delle vittime. Per le famiglie dei 41 morti e dei 115 feriti del Constellation, però, il tema va ben oltre gli aspetti giuridici. La loro richiesta è soprattutto morale: attendere che la giustizia faccia il suo corso prima di consentire un ritorno alla normalità che, per molti di loro, è ancora impossibile immaginare.

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