
- Prima Notizia 24
- Roma - Domenica 25 Ottobre 2026, 12:30
Victoria’s Secret e il ritorno dell’irraggiungibile: un ideale può farci del male?
Victoria’s Secret torna alle ali, alle supermodelle e all’estetica degli Angels. E tornano le polemiche sui corpi. Ma la psicologia suggerisce una domanda diversa: perché ciò che ammiriamo dovrebbe necessariamente assomigliarci?
di Viktorie Ignoto
Il Victoria’s Secret Fashion Show 2026 si è tenuto il 18 ottobre ai Sony Pictures Studios di Los Angeles. Lo show sembra avere tentato il recupero dell’immaginario storico del marchio precedenti il “body positivity”: grandi ali, capelli da “bombshell”, glitter, lingerie spettacolare e supermodelle come le veterane Adriana Lima, Alessandra Ambrosio, Candice Swanepoel e le più “recenti” Bella e Gigi Hadid, Ashley Graham e altre modelle. Sul palco si sono esibite Megan Thee Stallion, Tate McRae, Megan Moroney e Katseye.
Un’estetica “nostalgica” che, assieme alle ali, non ha mancato nuovamente di fomentare nuove polemiche:
Quella sui corpi. Ovviamente. Negli ultimi anni Victoria’s Secret aveva cercato di prendere le distanze dall’immagine estremamente uniforme dell’epoca d’oro degli Angels, arrivando quasi a “ostentare” una rappresentazione più variegata e inclusiva di fisicità e identità. Rispetto al ritorno del 2024 e allo show del 2025, quello del 2026 è stato percepito dai media proprio come un arretramento sul fronte della diversità: solo 1 modella su 10 era riconducibile alla categoria curvy o plus-size. Il marchio sembra avere recuperato alcuni dei codici che, pochi anni fa, erano finiti al centro delle critiche sulla rappresentazione del corpo femminile.
Che cosa pretendiamo oggi da una passerella?
Una modella deve rappresentare il nostro corpo oppure può semplicemente rappresentare un’eccezione estetica, un’alterità volutamente intangibile?
E perché, quando guardiamo quell’eccezione, sentiamo così spesso il bisogno di confrontarla con noi stessi?
Perché, in definitiva, dobbiamo necessariamente assomigliare e, in qualche modo, identificarci con ciò che ammiriamo?
Su quel che debba fare la moda la scienza non può dirci nulla, poiché si tratta di una questione culturale e normativa. Il punto è che la passerella non viene più fruita soltanto come uno spettacolo separato dalla vita quotidiana. Le sue immagini entrano in un immaginario social in cui il confine tra “corpo da contemplare” e “corpo con cui confrontarsi” diventa assai più sottile. Una meta-analisi del 2025 (R. C. Bonfanti., et al.) su 83 studi ha rivelato una forte associazione tra confronto sociale online e preoccupazioni per l’immagine corporea. Il confronto era associato anche a maggiori sintomi alimentari. Un’altra meta-analisi recente sempre del 2025 (Y. Zhang., et al.) ha mostrato che l’esposizione a contenuti che rappresentano un ideale corporeo produce una piccola ma significativa diminuzione della soddisfazione corporea, mentre i contenuti body-positive producono un modesto miglioramento. Sotto questo punto di vista, la rappresentazione smette di essere soltanto una questione estetica o politica, ma diventa anche psicologica.
In ogni caso, sembra che non esista alcun principio psicologico per cui ciò che ammiriamo debba necessariamente assomigliarci. Può essere bello contemplare qualcosa proprio perché è eccezionale, altero e raro. Lo facciamo con un atleta olimpico, con una cantante straordinaria, con un’opera d’arte. Una passerella, sotto questa prospettiva, non può avere una valenza statistica della popolazione, ma deve inscenare proprio quella alterità attraverso fantasie e suggestioni di un mondo costruito, ad arte, proprio per essere considerato irraggiungibile. E’ l’essenza stessa del desiderio. Può rivelarsi un’efficace strategia di marketing, come lo è sempre stato, del resto, quello dell’inclusività, del body positivity e via dicendo. Il vero problema su cui dovremmo soffermarci scaturisce dall’internalizzazione di ciò che ammiriamo. Un ideale così non viene semplicemente riconosciuto nel mondo, ma diventa uno dei criteri con cui valuto me stessa/o, con conseguenti esiti auto-oggettivanti. Rappresentare un’ideale estetico non equivale, per forza, a imporre uno standard. Quel che fa la differenza è ciò che accade psicologicamente e culturalmente tra queste due cose. Secondo la “Social Comparison Theory” di Leon Festinger non possediamo autonomamente dei misuratori per molte caratteristiche di noi stessi che ci interessano. Utilizziamo gli altri come informazione, come metro di autovalutazione. Un modello “superiore” può essere ispirante nel caso in cui la distanza appare significativa ma attraversatile: “Lei è dove vorrei arrivare” mentre diventa svalutante quando la distanza viene percepita come enorme o proprio quando quel “modello” diventa un criterio centrale del proprio valore: “Lei è ciò che dovrei essere e io non lo sono”. Quanto più uno standard estetico viene incorporato dal nostro sé ideale, tanto più la distanza percepita tra corpo reale vs corpo ideale può acquisire significato emotivo. Piuttosto che domandarci su quanto è magra una modella potremmo chiederci: “Perché la sua magrezza dovrebbe dirmi qualcosa sul mio valore”?
Victoria’s Secret, quindi, dovrebbe mostrarci corpi più simili alla “media” oppure dovrebbe inseguire una sua certa “alterità”?
Al netto delle strategie di marketing che, di per sé, non hanno come principale obiettivo la salute psicologica dell’eventuale consumatore, va considerato che una società psicologicamente sana dovrebbe, idealmente, riuscire a “mediare questa alterità”: offrire, cioè, una pluralità sufficientemente ampia di rappresentazioni perché un solo ideale non venga scambiato per l’unico corpo socialmente desiderabile e, contemporaneamente, permetterci di contemplare bellezza, talento e eccezionalità senza trasformarla automaticamente nell’ossessiva misura del nostro valore.
L’”antidoto” all’ideale irraggiungibile non è, dunque, quello di renderlo “meno” ideale. E’ smettere di considerare la sua eccezionalità come una destabilizzante “prova” della nostra “inadeguatezza”. Possiamo guardare una modella e pensare semplicemente: “E’ bellissima!” senza pensare che noi necessariamente lo siamo di meno.
Pluralità fuori di noi e complessità dentro di noi: un solo corpo non può diventare l’unico ideale possibile come anche una sola caratteristica non deve raccontare l’interezza di ciò che siamo.
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